Boundless. Il talento senza limiti di Jillian Tamaki

Non si sa bene come, ma una delle poche testate cartacee che quest’estate si è occupata dell’uscita italiana di Boundless, la prima raccolta di storie brevi a fumetti di Jillian Tamaki, è stata Cronaca Vera. Sì, proprio il settimanale di costume e cronaca nera diventato un culto tra gli amanti del trash editoriale italiano. Francamente non pensavo nemmeno dedicasse spazio ai libri, nel delirio delle sue rubriche.

Per il resto, l’esistenza di Senza limiti (questo il titolo scelto dalla casa editrice Coconino Press per il volume, inserito nella collana Warp) è passata un po’ in sordina. Il che è, come dire, un peccato. Il nome dell’autrice canadese non è nuovo al pubblico italiano, che porta ancora addosso come postumi di una sbornia amorosa i ricordi delle letture di Skim e E la chiamano estate, i sofisticati coming-of-age che aveva realizzato a quattro mani con sua cugina, la scrittrice Mariko Tamaki.

Forse giugno non era il giusto in cui farlo uscire, chissà. O forse il formato scelto per quest’edizione non è piaciuto (un po’ più grande dell’originale, che certe storie paiono galleggiare nella pagina). In ogni caso meglio fare un po’ da megafono perché questa è la prima prova di Tamaki come autrice unica che ci passa per mano. Boundless è un fumetto personale, imprevedibile e stupefacente che riesce a gettare un ponte tra mainstream e sperimentazione in modo estremamente naturale.

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Young Frances. Il lavoro rende libere?

Hartley Lin si è sempre mosso sotto i radar. Quando frequentava l’Università, pubblicava fumetti sul giornale studentesco utilizzando uno pseudonimo. Dopo la laurea, dallo pseudonimo è passato a firmare le sue autoproduzioni con un anagramma – Ethan Rilly – che è rimasto in uso per circa dieci anni, mentre attorno a lui si formava intanto una solida e leale fanbase di lettori.
Immagino sia con una certa soddisfazione che ora guardi il suo vero nome svettare sulla copertina di Young Frances, graphic novel uscita a novembre 2018 per AdHouse, finita praticamente in ogni “must-read list” e vincitrice del Doug Wright Award di quest’anno come Miglior libro.

Young Frances è un fumetto che ha raccolto moltissimi consensi perché racconta con intelligenza e precisione le ansie lavorative dei millennial. Si tratta di un ritratto generazionale estremamente realistico, dove il lavoro contemporaneo è descritto per quello che è, cioè un sistema basato su stress, precarietà, “doppi standard” e competizione, dove la felicità dei lavoratori è ridotta a qualcosa di accessorio, sacrificabile.

Al centro della storia c’è la vita di una ragazza di vent’anni, che sta svolgendo il periodo di praticantato come assistente legale presso un rinomato studio di avvocati di Toronto, e nutre dei dubbi rispetto al proprio futuro professionale.

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Brat. Voglio una vita così, c’est la vie

Michael DeForge non è uno che le manda a dire. Avevo Brat sul comodino da appena due giorni quando mi sono imbattuta nel tweet dove sostanzialmente smerdava la Westbank Corp – società canadese che si occupa di sviluppo immobiliare e residenziale di lusso – perché gli aveva proposto di realizzare un fumetto a supporto di uno dei loro ultimi progetti di riqualificazione. DeForge si era limitato a screenshottare la risposta alla mail, che chiosava dicendo: Piuttosto mi taglio la testa. Grazie per avermi contattato, Michael.

La città è infatti il milieu per eccellenza di DeForge, un luogo familiare, quasi sacro, verso cui il fumettista canadese (classe 1987) nutre una visione per sua stessa ammissione romantica. “Non ho mai vissuto in contesti che non fossero cittadini, anche se avrei voluto”. Le cose belle della città come il senso di comunità, l’accessibilità, stanno lentamente svanendo per mano dei cosiddetti agenti del Capitale, e questo per DeForge è insopportabile. Nei suoi fumetti (ma molto spesso anche nei suoi tweet) non è difficile ritrovare questa frustrazione, abilmente filtrata dalla sua raffinata satira surrealista.

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Melody. Una vita messa a nudo

Sylvie Rancourt ha solamente 21 anni quando nel 1980 si trasferisce da Abitibi (regione rurale nel nord del Quebec) a Montreal con il suo fidanzato. Entrambi sono al verde, così per sopperire alle difficoltà economiche lei inizia a lavorare in uno strip club come spogliarellista. L’esperienza di quegli anni sarà così impattante da farle venire l’idea di trasporla in un fumetto in bilico tra autobiografia, humour nero e operetta sull’industria del sesso.

La genesi di “Melody”, la serie autoprodotta che prende il nome dalla sua alter-ego protagonista, è in soldoni questa. Tra il 1985 e il 1988 Sylvie Rancourt ne realizza sei numeri in bianco e nero, scritti in francese, e li distribuisce all’interno dei night dove lei stessa lavora, provvedendo così a sollazzare gli abituali clienti con una performance extra (artistica, dopo quella fisica) che ottiene ogni volta il tutto esaurito. Lei non lo sa, ma con queste “barzine” sta piano piano entrando nella storia come una delle prime fumettiste canadesi, nonché una delle pioniere del fumetto autobiografico in America.

Non c’era un cliente che non ne comprasse una copia dopo aver iniziato a sfogliarlo. Addirittura lo leggevano da cima a fondo, dimenticandosi di guardare gli spettacoli in corso. È stato lì che ho pensato “Diavolo. Allora dev’essere buono!”

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