Susceptible. Il lessico famigliare di Geneviève Castrée

Susceptible è il fumetto con cui l’artista canadese Geneviève Castrée ha raccontato la vera storia della sua infanzia, dalla nascita fino all’agognato giorno in cui ha lasciato la casa di sua madre, a 18 anni. È un volume di qualche anno fa, 2012. Prima di allora Castrée aveva pubblicato alcuni libri di fiction (l’esordio da giovanissima, proprio a 18 anni, con Lait Frappè che ha ricordato anche Nicoz Balboa qualche mese fa su Fumettologica), ma mai autobiografie.

“Ne avevo bisogno”, dirà in numerose interviste, citando alcuni episodi depressivi particolarmente pesanti da cui potè riprendersi proprio grazie all’arte e alla creatività che non l’hanno mai abbandonata. “Pensavo: Al diavolo. Mi libererò di questa storia una volta per tutti e passerò oltre. Mi ha fatto bene”.

Cronaca malinconica di una famiglia disfunzionale, Susceptible ottenne un grosso plauso dalla critica, venne nominato per i Cartoonist Studio Prize e fu pubblicato anche in Francia e Germania. Quello che era piaciuto del libro era soprattutto l’onestà del racconto (affidato al personaggio della giovane Goglu, alter ego dell’autrice) e la grazia con cui aveva saputo riportare sulla pagina la combinazione di immaturità e infelicità che costituiva il dna della sua famiglia.

Cresciuta senza un padre nel Quebec degli anni Ottanta, Geneviève ebbe un’infanzia piuttosto caotica e difficile: sua madre aveva appena 19 anni quando la mise al mondo e non fu mai pienamente in grado di farla sentire amata e protetta, rendendo lo spazio domestico un territorio di continuo conflitto e senso di colpa. Poiché suo padre era andato a vivere dalla parte opposta del Canada recidendo ogni contatto, tra i 5 e i 15 anni Geneviève ebbe come unica figura di riferimento la madre. Amère lavorava per mantenere la famiglia, faceva del suo meglio per voler bene a Goglu, ma finiva col trattarla più come amica che come figlia. Sotto i suoi occhi si ubriacava, invitava a casa amici con cui poi litigava o si drogava, la accusava (senza motivo) di libertinaggio. Quando Amère inizia una nuova relazione con un padre single, lui ostracizza la presenza della ragazzina in casa fin dall’inizio della convivenza. In seguito il loro rapporto inizierà a vacillare e la colpa inevitabilmente cadrà sulla “figlia che non avrebbe mai dovuto avere”.

Questa violenza psicologica plasma l’identità di Goglu, che trova nella musica punk e nei fogli da disegno rifugio e consolazione per il costante senso di inadeguatezza e la propria suscettibilità. Nel suo mondo, gli adulti risultano completamente inaffidabili e incapaci di offrirle affetto e protezione. Quando la sua adolescenza entrerà nel vivo, riuscirà finalmente a legare con altri coetanei, trovare qualche fidanzato. Ma dovrà fare ricorso a tutto l’amore e la pazienza di cui è capace, per gestire la madre sempre più invadente e soverchiante. E finirà col rivedere le sue posizioni sulla droga, iniziando a farne uso, ai concerti o nei parchi del quartiere.

Prima di riuscire a scrivere e disegnare questo libro, Geneviève Castrèe (nata Gosselin) aveva cambiato più volte vita. Aveva messo su un progetto musciale intitolato Woevl, poi Ô Paon, che suonava come una via di mezzo tra Cat Power e Mogwai e avrebbe realizzato circa otto album in totale. Aveva disegnato e letto fumetti, sempre, vincendo anche una competizione dedicata a Tintin quand’era piccola. Aveva realizzato quadri e organizzato festival culturali. Aveva sposato Phil Elverum (cantante e mente dei progetti The Microphones e Mount Eerie) e con lui si era trasferita negli USA, nel paesino di Anarcotes nello stato di Washington. Dopo dieci anni di relazione avevano avuto una bambina.

Con questo libro non cercava compassione; sperava semmai di poter aiutare qualche famiglia in condizioni simili a capire che succede, che ci si può voler bene ma al tempo stesso comportarsi in modo meschino, finendo per traumatizzarsi a vicenda. “Per me era importante fare un libro che parlasse di zone grigie, più che di bianco e nero. Sentivo che sarebbe servito là fuori un libro per le persone come me”.

Castrèe si disegna come una figura androgina e triste, annullando ogni forma di femminilità bianca riconoscibile e codificata, reclamando la sua alienazione come qualcosa di debilitante ma al tempo stesso resiliente. Bambina e adolescente, in Susceptible passa in rassegna i suoi ricordi uno ad uno, riportando in alto nella pagina anche i titoli con cui ha archiviato ogni episodio: “Incendio domestico I”, “Incendio domestico II”, “Montrèal”, “Venerdì sera”,“Amore e rispetto”, “Ospedale”, “Reunion”, “Incidente” e via dicendo. Alcuni riempiono la pagina, altri vengono suddivisi in piccoli segmenti. Accompagna i lettori lungo questo personalissimo e delicato memory lane, decidendo di volta in volta se è meglio accelerare senza guardarsi indietro o soffermarsi a pensare.

Le sue figure piccole e fragili vivono in un ambiente disegnato in modo molto realistico, concreto, pulito. Il tratto è estremamente delicato e raffinato e il lettering caratteristico di tutti i suoi lavori procede per curve e orpelli come fosse quello di una bambina. Un corsivo scritto fitto che fa sembrare il libro un diario, compilato con cura e dedizione quasi infantili, col risultato di accentuarne il valore confessionale, rivelatorio.

Quello di Castrèe è uno stile immediatamente riconoscibile che si muove leggero tra il cartooning tradizionale e l’illustrazione; la bellezza e il trauma. C’è talmente tanta bellezza, tanto amore e sensibilità nella mano di Geneviève che, come ha scritto anche Dylan Horrocks, riusciamo quasi ad innamorarci del mondo, per quanto sia luogo terribile, crudele e triste.

Geneviève Castrèe (1981-2016)

Non è facile scrivere qualcosa su Geneviève Castrée dopo il 2016, l’anno in cui è morta. Un tumore al pancreas diagnosticato ormai a uno stadio avanzato l’ha portata via alla sua famiglia a soli 35 anni. Chi la ricorda non può fare a meno di citare la sua generosità, curiosità, disponibilità e straordinaria fantasia. Completamente autodidatta (i suoi studi si sono fermati al diploma) è considerata una delle più talentuose fumettiste nordamericane degli ultimi anni, che probabilmente avrebbe continuato a creare opere potentissime se il tempo gliel’avesse concesso.

“Era una gioia: sorriso contagioso, cuore enorme, mani umili”, ha detto di lei il fumettista Billy Mavreas. “È tutto così terribilmente crudele e ingiusto”, ha scritto in suo ricordo Chris Oliveros della Drawn & Quarterly, che conobbe Geneviève quand’era giovanissima e aveva appena iniziato a pubblicare i suoi lavori con un altro editore canadese. “Sono molto, molto onorato di aver potuto lavorare con lei e posso parlare a nome di tutti qui a D&Q per dire che siamo orgogliosi di aver pubblicato i suoi fumetti. Ci mancherà terribilmente”.


Note sulla morte di Geneviève:

• Pochi giorni dopo la sua scomparsa, Anders Nielsen l’ha voluta ricordare scrivendo una bella elegia sul Comics Journal. Nelle prime righe ha spiegato come pronunciare correttamente il nome: “It’s zhun-vee-ehv. Not zhon-vee-ehv, and definitely not Jenna-veev. Geneviève. Okay, now we can begin”. Nielsen era un caro amico di Castrèe e sarà colui che si incaricherà di finire i disegni del libro cui stava lavorando quando è morta, A bubble, pubblicato postumo da Drawn & Quarterly.

• Molte colleghe della scena nordamericana dei fumetti alternativi l’hanno ricordata disegnandole un piccolo omaggio. Cito qui Diane Obomsawin, fumettista di origini canadesi che conosceva direttamente Geneviève, e autrice di un fumetto breve che trovate nel link al punto precedente; assieme a Vanessa Davis uscita invece su The Paris Review.

In questo profilo che Pitchfork ha dedicato al marito, Phil Elverum, nel 2017, si parla ampiamente di Geneviève e di quanto manca a tutti.

La cantautrice Kimya Dawson citava Geneviève in tempi non sospetti nel suo bellissimo album Remember that I love you. Nella canzone “I love giants” menziona direttamente l’amica ringraziandola per aver creato con la sua immaginazione cose belle, e averle sempre volute condividere con gli amici.

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