Ricordando Tuono Pettinato: la dolcezza infantile e il magnifico fracasso di Nevermind

L’album che i Nirvana pubblicarono alla fine del 1992, Incesticide, contiene uno tra i loro cavalli di battaglia più amati, Sliver. Nella canzone Kurt Cobain canta l’esagerata cocciutaggine di un bambino rimasto con i nonni per una notte, guardando la tv e sentendosi abbandonato dai genitori. È un’ironica riflessione sull’infanzia, narrata attraverso armonie rudimentali e una fresca semplicità. “Grandma take me home! Grandma take me home!”

È solo uno dei tanti esempi dell’umorismo e della leggerezza di cui la band, e il suo leader in particolare, è stata capace. Nei panni del fanciullo piagnucolone, Cobain voleva che quella fosse “la canzone più ridicola” che avesse mai scritto. Registrata in poco più di un’ora, riusciva a trasmettere un senso di innocenza e determinazione, assieme all’aspra sensazione di sentirsi completamente incompresi.

Molte persone hanno raccontato la storia Cobain equivocandola, dimostrando di ignorare l’impatto che la società può avere sui traumi infantili e sull’autodistruzione degli adulti. Trasfigurato in un santino da portafoglio, Kurt è stato spesso stereotipato nel ruolo dell’artista depresso e messia generazionale che ha tragicamente posto fine alla sua vita. Per noi lettorx di fumetti, fortunatamente, c’è stato un autore che ha saputo discostarsi da questa tradizione melodrammatica per restituirci una fotografia più onesta del musicista. Sto parlando di Tuono Pettinato e del suo Nevermind.

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A.M.A.R.E. L’amour (et la confusion) toujours

Quando apro A.M.A.R.E. ci trovo dentro una cartolina Maple Death x Canicola che mi suggerisce di ascoltare un brano musicale dedicato all’antologia. Seguo il consiglio, metto su “Occhi di serpente” degli italiani WOW e mentre China canta “Tutto intorno gira nella sala buia, chissà se apparirai te” mi immergo nella lettura. Poche pagine e sono già travolta, in mare aperto, pronta a lasciarmi andare alle onde e la dialettica di autrici straordinarie e le loro storie prive di inutili timidezze, lontane da pose e compiacimenti di cui pecca talvolta il racconto adolescenziale a fumetti, in ambito indie e mainstream.

L’antologia composta dai racconti scritti da Martina Sarritzu, Amanda Vähämäki, Roberta Scomparsa, Eliana Albertini e Alice Socal (il titolo nasce dall’unione delle loro iniziali anagrammate e puntate, un po’ come le mitiche W.I.T.C.H.) è, per quanto mi riguarda, uno dei fumetti italiani dell’anno. Altissima qualità dei testi oltre che dei disegni, unisce il talento di cinque autrici di fumetto contemporaneo che appartengono a generazioni differenti, per raccontare cosa significhi essere adolescenti, interrogarsi sulla propria identità e le aspettative che la società ripone in noi.

A Martina Sarritzu (già nella scuderia Canicola con Vacanze in scatola scritto da Tuono Pettinato) spetta l’onere e l’onore di firmare il primo racconto, “Un passo indietro” settando mood e temi dell’intero libro. Anna e Viò sono alle medie, migliori amiche che passano il tempo a imitarsi a vicenda, parlare di ragazzi e scambiarsi make-up economico, cercando di passare indenni una delle fasi più delicate della loro vita. Sono l’emblema delle adolescenti italiane, abitanti della provincia che si muovono tra noia e bisogno di capire se stesse. Assecondando i goffi appetiti sessuali dei coetanei, tutti motorino e pomiciate spinte sulle panchine. Come molte di noi, lottano per capire tra amicizia e amore, cosa sia più adatto a loro.

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Susceptible. Il lessico famigliare di Geneviève Castrée

Susceptible è il fumetto con cui l’artista canadese Geneviève Castrée ha raccontato la vera storia della sua infanzia, dalla nascita fino all’agognato giorno in cui ha lasciato la casa di sua madre, a 18 anni. È un volume di qualche anno fa, 2012. Prima di allora Castrée aveva pubblicato alcuni libri di fiction (l’esordio da giovanissima, proprio a 18 anni, con Lait Frappè che ha ricordato anche Nicoz Balboa qualche mese fa su Fumettologica), ma mai autobiografie.

“Ne avevo bisogno”, dirà in numerose interviste, citando alcuni episodi depressivi particolarmente pesanti da cui potè riprendersi proprio grazie all’arte e alla creatività che non l’hanno mai abbandonata. “Pensavo: Al diavolo. Mi libererò di questa storia una volta per tutti e passerò oltre. Mi ha fatto bene”.

Cronaca malinconica di una famiglia disfunzionale, Susceptible ottenne un grosso plauso dalla critica, venne nominato per i Cartoonist Studio Prize e fu pubblicato anche in Francia e Germania. Quello che era piaciuto del libro era soprattutto l’onestà del racconto (affidato al personaggio della giovane Goglu, alter ego dell’autrice) e la grazia con cui aveva saputo riportare sulla pagina la combinazione di immaturità e infelicità che costituiva il dna della sua famiglia.

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Boundless. Il talento senza limiti di Jillian Tamaki

Non si sa bene come, ma una delle poche testate cartacee che quest’estate si è occupata dell’uscita italiana di Boundless, la prima raccolta di storie brevi a fumetti di Jillian Tamaki, è stata Cronaca Vera. Sì, proprio il settimanale di costume e cronaca nera diventato un culto tra gli amanti del trash editoriale italiano. Francamente non pensavo nemmeno dedicasse spazio ai libri, nel delirio delle sue rubriche.

Per il resto, l’esistenza di Senza limiti (questo il titolo scelto dalla casa editrice Coconino Press per il volume, inserito nella collana Warp) è passata un po’ in sordina. Il che è, come dire, un peccato. Il nome dell’autrice canadese non è nuovo al pubblico italiano, che porta ancora addosso come postumi di una sbornia amorosa i ricordi delle letture di Skim e E la chiamano estate, i sofisticati coming-of-age che aveva realizzato a quattro mani con sua cugina, la scrittrice Mariko Tamaki.

Forse giugno non era il giusto in cui farlo uscire, chissà. O forse il formato scelto per quest’edizione non è piaciuto (un po’ più grande dell’originale, che certe storie paiono galleggiare nella pagina). In ogni caso meglio fare un po’ da megafono perché questa è la prima prova di Tamaki come autrice unica che ci passa per mano. Boundless è un fumetto personale, imprevedibile e stupefacente che riesce a gettare un ponte tra mainstream e sperimentazione in modo estremamente naturale.

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Young Frances. Il lavoro rende libere?

Hartley Lin si è sempre mosso sotto i radar. Quando frequentava l’Università, pubblicava fumetti sul giornale studentesco utilizzando uno pseudonimo. Dopo la laurea, dallo pseudonimo è passato a firmare le sue autoproduzioni con un anagramma – Ethan Rilly – che è rimasto in uso per circa dieci anni, mentre attorno a lui si formava intanto una solida e leale fanbase di lettori.
Immagino sia con una certa soddisfazione che ora guardi il suo vero nome svettare sulla copertina di Young Frances, graphic novel uscita a novembre 2018 per AdHouse, finita praticamente in ogni “must-read list” e vincitrice del Doug Wright Award di quest’anno come Miglior libro.

Young Frances è un fumetto che ha raccolto moltissimi consensi perché racconta con intelligenza e precisione le ansie lavorative dei millennial. Si tratta di un ritratto generazionale estremamente realistico, dove il lavoro contemporaneo è descritto per quello che è, cioè un sistema basato su stress, precarietà, “doppi standard” e competizione, dove la felicità dei lavoratori è ridotta a qualcosa di accessorio, sacrificabile.

Al centro della storia c’è la vita di una ragazza di vent’anni, che sta svolgendo il periodo di praticantato come assistente legale presso un rinomato studio di avvocati di Toronto, e nutre dei dubbi rispetto al proprio futuro professionale.

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Brat. Voglio una vita così, c’est la vie

Michael DeForge non è uno che le manda a dire. Avevo Brat sul comodino da appena due giorni quando mi sono imbattuta nel tweet dove sostanzialmente smerdava la Westbank Corp – società canadese che si occupa di sviluppo immobiliare e residenziale di lusso – perché gli aveva proposto di realizzare un fumetto a supporto di uno dei loro ultimi progetti di riqualificazione. DeForge si era limitato a screenshottare la risposta alla mail, che chiosava dicendo: Piuttosto mi taglio la testa. Grazie per avermi contattato, Michael.

La città è infatti il milieu per eccellenza di DeForge, un luogo familiare, quasi sacro, verso cui il fumettista canadese (classe 1987) nutre una visione per sua stessa ammissione romantica. “Non ho mai vissuto in contesti che non fossero cittadini, anche se avrei voluto”. Le cose belle della città come il senso di comunità, l’accessibilità, stanno lentamente svanendo per mano dei cosiddetti agenti del Capitale, e questo per DeForge è insopportabile. Nei suoi fumetti (ma molto spesso anche nei suoi tweet) non è difficile ritrovare questa frustrazione, abilmente filtrata dalla sua raffinata satira surrealista.

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The Prince and the Dressmaker. Libertà, uguaglianza, extravaganza

A quattro anni di distanza da In Real Life, graphic novel che aveva disegnato su sceneggiatura di Cory Doctorow, Jen Wang torna in libreria con The Prince and the Dressmakeruna fiaba ambientata nell’Ottocento e raccontata con un linguaggio contemporaneo, interamente scritta e disegnata da lei per un pubblico di giovani adulti. Grazie a Bao Publishing manca pochissimo per averlo nelle librerie e nelle fumetterie italiane: col titolo Il principe e la sarta (e la traduzione di Caterina Marietti) uscirà giusto questa settimana.

Come prima cosa, un consiglio: non fermatevi alla prima riga di sinossi perché rischia di portarvi fuori strada. “Principe ereditario colpito dal talento di una sarta di umili origini le offre un lavoro come sua personale designer di corte” pare una banalità della peggior specie, vero? Oltre questa premessa tutto sommato insipida si apre invece un libro eccezionale sull’amicizia e l’amore che trascendono il binarismo di genere.

Al centro della storia la passione comune di Sebastian e Frances per la moda e gli abiti femminili di haute couture. Una li realizza per lavoro, l’altro… li indossa per diletto. La sera, infatti, il principe ama sgattaiolare fuori dalla sua reggia indossando gonne e parrucche per diventare la stilosa Lady Crystallia, icona ammirata ed invidiata da tutto il popolo della notte di Parigi. La sua identità è però ancora “closeted” (a corte sono solo in due a conoscere il suo segreto – il fido assistente Emile, e ora Frances) e mantenerla tale sarà sempre più difficile, soprattutto ora che ha compiuto 16 anni i suoi genitori vogliono vederlo sposato e concentrato sulle sue responsabilità di futuro regnante.

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Shhh. Se una notte d’estate, un’adolescente

Era dai tempi de E la chiamano estate delle cugine Tamaki o di Sorelle di Raina Telgemeier che non leggevo un fumetto in grado di raccontare con tale precisione la nostalgia delle tradizioni estive e il cruciale passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Shhh, l’estate in cui tutto cambia, recentemente pubblicato da Mondadori nella collana Contemporanea (con traduzione di Elena Putignano), è un debutto letterario sorprendente. L’autrice, la norvegese Magnhild Winsnes, ha quasi quarant’anni e fino a pochi anni fa si era dedicata esclusivamente all’animazione, sia come illustratrice ed art director che produttrice di corti e lungometraggi disegnati. Nel suo portfolio, anche un corto premiato con l’Oscar (The Danish Poet, del 2006, diretto dalla bravissima Torill Kove).

Il suo Shhh (Hysj in originale) è un graphic novel di 368 pagine, ascrivibile al filone Young Adult. Al centro della storia, il processo di crescita della vivace Hanna, una ragazzina che sta andando a trascorrere una settimana di vacanza nella casa al mare degli zii e delle due cugine: l’adorata Siv, e la maggiore Mette.

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