Hot Comb. Costruire la propria identità iniziando dai capelli

Avere il controllo sui propri capelli e amarli è un atto rivoluzionario che fa parte dell’esperienza culturale delle donne afrodiscendenti, costrette per molto tempo da oppressione sociale, abusi e discriminazione razziale a nasconderli. È un modo per reclamare il proprio valore.

Hot Comb, il primo libro a fumetti dell’antropologa ed educatrice afroamericana Ebony Flowers, è una raccolta di storie brevi che riflette proprio sul rapporto che bambine, ragazze e donne nere hanno con i loro capelli, descrivendone i rispettivi “hair journey”. Uscita nel 2019 per Drawn&Quarterly, questa antologia a metà tra memoir e critica sociale esplora un ampio spettro di emozioni – amicizia, amore, gioia, ansia, lutto, nostalgia – celebrando la cultura nera e facendo anche i conti con la quotidianità razzista e misogina perpetrata dagli ignoranti.

“I capelli sono un aspetto importante della nostra vita”, ha spiegato al Chicago Tribune l’autrice. I capelli sono passare del tempo insieme, sono espressione e intimità, sono terapia. I capelli sono sopravvivenza, sono una storia condivisa e personale.

Leggi tutto

Creation. Sylvia Nickerson e il tempo stratificato della città, dei corpi, delle relazioni

Il legame tra gentrificazione e comunità artistica è uno dei grandi temi al centro di un dibattito sulle trasformazioni sociali in atto da ormai quindici anni. I profeti dello sviluppo urbano vedevano nella migrazione dei giovani creativi verso le grandi città una possibilità di miglioramento economico e sociale, ma ciò che più verosimilmente si è verificato è stato un divario tra centri e periferie e un conseguente sbilanciamento del costo della vita a danno dei più poveri.

Chi voleva speculare su questo esodo lo ha fatto, così i palazzi sono diventati investimenti, gli affitti sono aumentati e le case hanno iniziato ad essere lasciate vuote da chi non poteva più permettersele. Cambiando il volto del quartiere, da popolare a borghese, si è cambiato anche il suo tessuto sociale e l’inasprimento delle differenze di classe è diventato così un effetto collaterale del “progresso”.

Nel suo memoir, Creation (Drawn & Quarterly, 2019; ancora inedito in Italia) Sylvia Nickerson utilizza il fumetto come strumento per fare autocritica e parlare di responsabilità (gli artisti hanno colpe, certo, ma non sono che un pezzo del puzzle) ed esplorando i legami tra biografia e narrativa, arriva a toccare aspetti duri dell’esperienza umana come povertà, depressione post-partum, crimine e violenza.

La stessa Sylvia Nickerson è stata per sua ammissione una gentificatrice, una ragazza della classe media arrivata in città per fare l’artista, con uno studio condiviso posizionato in un quartiere considerato malfamato che in breve si è trasformato in una piccola Broadway.

Leggi tutto

The Prince. Imparare a difendersi in un mondo misogino

La fiaba del “principe ranocchio” la conosciamo tutti, vero? Vittima di un malvagio incantesimo, un giovane principe viene trasformato in ranocchio, la sua vita condannata alla forma animale, fino a quando una giovane principessa non lo libera dalla maledizione dandogli un casto bacio.

The Prince di Liam Cobb (Retrofit Comics, 2018) è forse una delle tante riformulazioni di quella storia, che però se ne distanzia tanto da sovvertirne completamente gli archetipi. La vicenda narrata in questo fumetto di poco più di 100 pagine, se anche vede al centro il legame tra una rana e una donna, cresce lentamente sino a diventare qualcosa di più oscuro, claustrofobico e immorale.

The Prince è la storia di un legame dannoso, un matrimonio giunto alla fine. Protagonista assoluta è May, la donna ritratta in copertina, sposata con Adrian, un ripugnante uomo d’affari che la rende infelice e con il quale manca qualsiasi connessione emotivo-affettiva. May patisce il disprezzo e le continue critiche del marito, consapevole che il loro rapporto si stia logorando eppure è incapace di svincolarsi da quest’unione nefasta. Pare essersi arresa alla sua infelicità fino a quando non incontra l’eponimo rospo.

Leggi tutto

Pittsburgh. Passeggiare nella memoria di Frank Santoro

Pittsburgh, Pennsylvania, è la città in cui Frank Santoro è nato ed è la città in cui oggi vive e lavora come fumettista ed insegnante d’arte. Per anni ha provato a starle lontano, vivendo a San Francisco, vivendo a New York. Negli anni Duemiladieci, però, ci è tornato e da allora pare averci fatto pace. Tornare a vivere nella propria città natale non è un’anomalia, per gli americani: traslocano molto nel corso della propria vita, ma se devono mettere radici spesso scelgono per un motivo o per l’altro di tornare al punto di partenza. Per Frank Santoro è stato così e Pittsburgh, il libro, è il risultato di questo ritornare con il corpo in città e con la mente a tutto quello che è successo alla sua famiglia in quei luoghi. Un provare ad esaminare, in modo quasi ossessivo, il proprio passato, la storia dei suoi nonni e dei suoi genitori.

Si potrebbe definire una sorta di “origin story”: la storia dei suoi genitori e dei suoi nonni che solo collateralmente diventa anche la sua storia. È la spiegazione di come andarono le cose prima che lui nascesse. La cronaca dell’allineamento astrale che vide sua madre, Anne Marie, ex reginetta della scuola, primogenita di quattro fratelli destinati ad avere un problema con l’alcool, sposare suo padre, Frank Santoro Senior, appena rientrato dal Vietnam, salvo per miracolo.

Prima ancora che un fumetto autobiografico, Pittsburgh è il tentativo dell’autore di avvicinarsi alla sua famiglia. Capirla. Pensando ai suoi genitori come persone, senza giudicarle per aver deciso di divorziare quando aveva 19 anni.

A distanza di oltre vent’anni, è ancora doloroso per lui pensare alla loro separazione. Il padre e la madre lavorano in ospedale, spesso con turni che coincidono, ma si comportano come se non si conoscessero. Se mai tra di loro c’è stato qualcosa, quella testimonianza è la vita stessa di Frank “Junior”, il loro unico figlio. Entrambi sono affezionati a lui e lui è affezionato ad entrambi. Ma non può resistere alla tentazione di immaginarli di nuovo assieme. Così, ricostruisce dialoghi della loro vita da sposati, conversazioni tra loro e i loro genitori (i grandparents Santoro), cercando di collocarsi in questa narrativa, senza uscirne come un fantasma.

Leggi tutto

Sempre pronti. L’estate americana di una giovane russa

I campeggi estivi sono stati una costante della mia giovinezza fino a quando ho compiuto 14 anni. Dalle elementari alle medie, anno dopo anno, con lo stesso medesimo incrollabile gruppo di bambini e ragazzi partecipavo ad una settimana di vacanze organizzate dalla Parrocchia, rintanata nelle baite o case diocesane dell’Altovicentino. Con il mio fedele libretto dei canti e delle preghiere sottomano, imparavo nuove canzoni di Lucio Battisti, mi prendevo cura delle aree comuni, spettegolavo con le compagne, cucinavo e – se avanzava tempo – imparavo a conoscere meglio Gesù.

Soffrivo la lontananza da casa e spesso piangevo perché volevo tornare in città. Poi passava. Ogni volta tornavo a casa innamorata di un educatore diverso.

Sempre pronti di Vera Brosgol (Bao Publishing, 2019, traduzione di Michele Foschini) mi ha riportato a quel periodo, ricordandomi quant’era esplosiva la gamma di esperienze emotive che avevo vissuto nelle mie estati preadolescenziali. Gli slanci amicali, la vulnerabilità, le gelosie, le delusioni. Be prepared (questo il titolo originale del fumetto) si basa proprio sull’esperienza vissuta dall’autrice a uno di questi fantomatici campi scuola quando aveva 9-10 anni. È il resoconto tragi-comico della vita di Brosgol come giovane immigrata russa che non riesce ad entrare in sintonia con i suoi coetanei americani a causa di una serie di differenze sociali ed economiche e prova con tutte le sue forze a farsi accettare, senza sacrificare la sua cultura di appartenenza.

“Troppo povera, troppo russa, troppo diversa” rispetto alle sue coetanee di Albany, New York, Brosgol accoglie a braccia aperte l’opportunità di passare l’estate in campeggio come modo per emulare le sue amiche americane, abituate a trascorrere le vacanze nei campi migliori. Soprattutto, però, non vede l’ora di partire perché è consapevole che al campo ci saranno solo “russi come lei”. Nella sua comunità potrebbe forse trovare la tregua che cerca dal suo disagio quotidiano.

Leggi tutto

When I Arrived at the Castle. L’erotismo splatter di Emily Carroll

Emily Carroll è considerata una voce di spicco (per molti, la regina) dell’horror a fumetti da quando il suo webcomic His Face All Red è diventato virale durante il giorno di Halloween del 2010. I suoi racconti sono letture scioccanti che il suo talento di disegnatrice rende però incredibilmente eleganti e piacevoli da guardare. Anno dopo anno, non hanno mai tradito le aspettative del suo pubblico appassionato di narrativa gotica, folklore europeo e sovrannaturale.

Personalmente non mi sono mai considerata fan di questo genere di fumetti, ma ho subito in pieno il fascino del lavoro di Carroll, complice soprattutto la lettura del suo ultimo libro. Uscito per Koyama Press nella primavera del 2019, When I Arrived at the Castle riprende gli stilemi tipici delle storie di vampiri e li attualizza in un elaborato thriller gotico-erotico che preme forte sull’acceleratore del surreale. Il racconto/novella (dura meno di 80 pagine) mette in luce tutte le sue abilità di narratrice e disegnatrice di macabri mondi e conflitti interiori.

Leggi tutto

Everything is Flammable. Madri, figlie e scolapiatti

Se aveste incontrato Gabrielle Bell all’inizio dell’estate del 2014, avreste detto che se la stava cavando piuttosto bene. Aveva disdetto l’abbonamento ad internet per evitare distrazioni, cambiato dieta in modo da mangiare più frutta e verdura, inventato metodi alternativi per sopravvivere all’afa, accettato l’idea che il suo computer fosse defunto, i soldi finiti. Le avreste persino rivolto uno sguardo intenerito ascoltando le evoluzioni del suo piccolo orto. Dopodiché avreste iniziato a notare lo strano sorriso con cui raccontava questa storia e capito che sotto sotto si sentiva sopraffatta dalle preoccupazioni e dall’ansia.

Reduce dalla pubblicazione del suo ultimo fumetto (Truth is fragmentary) e in attesa di trovare nuova ispirazione per scrivere dell’altro, si ritrovava ferma nella sua casa di Brooklyn, circondata da amici premurosi ma inquieta ed esausta. Quando un giorno…

Un giorno riceve una telefonata raggelante: la casa di sua madre è andata a fuoco in piena notte. Lei fortunatamente si è salvata ma l’incidente le è costato caro, tanto che ora è costretta a vivere in una tenda che le ha prestato un amico. Senza soldi, telefono o auto. La notizia (unita al senso di colpa di una figlia che sa di vivere lontana) smuove Bell al punto da spingerla ad iniziare una serie di viaggi da New York alle zone rurali della California settentrionale dove è cresciuta, per aiutare la madre a trovare una nuova sistemazione.

Everything is flammable (pubblicato da Uncivilized Books nel 2017, ancora inedito in Italia), nasce dunque per puro caso. Dagli appunti scribacchiati da Bell durante questi trasferimenti, per evolvere nel superbo resoconto a fumetti dell’esperienza catartica e surreale della reunion di due donne introverse e fragili che si ritrovano assieme dopo che il passato le aveva ferite e allontanate bruscamente.

Leggi tutto

Susceptible. Il lessico famigliare di Geneviève Castrée

Susceptible è il fumetto con cui l’artista canadese Geneviève Castrée ha raccontato la vera storia della sua infanzia, dalla nascita fino all’agognato giorno in cui ha lasciato la casa di sua madre, a 18 anni. È un volume di qualche anno fa, 2012. Prima di allora Castrée aveva pubblicato alcuni libri di fiction (l’esordio da giovanissima, proprio a 18 anni, con Lait Frappè che ha ricordato anche Nicoz Balboa qualche mese fa su Fumettologica), ma mai autobiografie.

“Ne avevo bisogno”, dirà in numerose interviste, citando alcuni episodi depressivi particolarmente pesanti da cui potè riprendersi proprio grazie all’arte e alla creatività che non l’hanno mai abbandonata. “Pensavo: Al diavolo. Mi libererò di questa storia una volta per tutti e passerò oltre. Mi ha fatto bene”.

Cronaca malinconica di una famiglia disfunzionale, Susceptible ottenne un grosso plauso dalla critica, venne nominato per i Cartoonist Studio Prize e fu pubblicato anche in Francia e Germania. Quello che era piaciuto del libro era soprattutto l’onestà del racconto (affidato al personaggio della giovane Goglu, alter ego dell’autrice) e la grazia con cui aveva saputo riportare sulla pagina la combinazione di immaturità e infelicità che costituiva il dna della sua famiglia.

Leggi tutto

The Hard Tomorrow. Felicità a momenti e futuro incerto

Nell’Ottocento, i poeti romantici tedeschi avevano coniato il termine Weltschmerz (“dolore cosmico”) per descrivere la sensazione di inadeguatezza e impotenza che provavano di fronte alla realtà crudele che opprimeva le loro libertà e la loro capacità di realizzarsi come individui. Il concetto vi suona familiare? Forse perché anche voi disperate per lo stato del mondo oggi e avete notato che le ragioni per rispolverare l’uso del termine non mancano.

Dalla politica isolazionista che sta sorgendo su entrambe le sponde dell’Atlantico, alle disparità economiche cupe e crescenti, alla crisi dei rifugiati, al ritorno del fascismo e del nazionalpopulismo, fino alla sempre trascurata crisi climatica, la sensazione diffusa è che il mondo sia sfuggito al nostro controllo e che i pochi che ancora detengono il potere e gli strumenti per guidarlo non siano interessati a farlo.

In questo contesto diventa persino difficile riconciliare il desiderio di avere dei figli con lo stato del mondo in cui li faremmo nascere. Voler diventare genitori, in un mondo sull’orlo del collasso, è un comportamento da irresponsabili? Eleanor Davis ha provato a dare una sua risposta a questa domanda da un milione di dollari con il suo ultimo libro a fumetti, The Hard Tomorrow, uscito il mese scorso per Drawn & Quarterly. Una storia meravigliosa e ricca di empatia su una coppia di giovani sognatori che stanno cercando di costruirsi un futuro nonostante tutto (compreso il privilegio di poter scegliere).

Leggi tutto

How to Stay Afloat. Quando la quotidianità è una lotta

Costruirsi una vita, al di fuori della malattia mentale, è un percorso intenso e complesso, fatto di passi avanti, passi indietro e ancora avanti. La chiamano “recovery”, ed è come una corrente che spinge. Spinge a prendere coscienza dei propri limiti e spinge ad assumersi delle responsabilità per migliorare la qualità della propria vita e viverla più positivamente. Non guarire, quella è un’altra cosa. Diciamo più riappropriarsi della propria identità personale e sociale, tornare a divertirsi e ridere nonostante i disturbi di cui si sta soffrendo.

Tara Booth nei suoi lavori parla esattamente di questo. Pittrice e fumettista, ha iniziato a pubblicare i suoi lavori nel 2015, dopo aver finito la Scuola d’arte della natia Philadelphia. Nelle sue tavole racconta la convivenza con l’ansia cronica e la depressione utilizzando colori e pattern a profusione; sono tavole piene di carattere, spiritose, goffe, assurde. Una quotidianità incasinata e imbarazzante, abbracciata con l’orgoglio di chi sa che l’esperienza sofferente ha valore e per questo merita di essere riconosciuta, sia pure come diversità.

How to stay afloat – Surnager au quotidien è uscito nel 2018 per la small press francese Arbitraire Editions, ed è una sorta di manualetto per affrontare l’esistenza che riprende il precedente How to be alive (uscito per Retrofit e vincitore del premio Ignatz come miglior fumetto nel 2018) e aggiunge un extra di venti pagine con nuovi particolari autobiografici.

Leggi tutto