Romagna mia, Romagna al Bar Fiore. Recensione di “L’è una legera” di Martina Sarritzu
Non è un caso che nell’ultimo libro di Martina Sarritzu – L’è una legera, pubblicato da Canicola – si menzioni più volte il film Pink Flamingos di John Waters. Come il regista cult di Baltimora, anche la fumettista romagnola ha infatti una passione tutta speciale per il cattivo gusto e le vite scadenti dei suoi concittadini rozzi, psicotici e derelitti, senza distinzione di genere. Credo che questa citazione-omaggio anticipi nel suo piccolo tutta l’ironia e l’amore per l’imperfezione, i limiti e le fragilità umane di cui è capace l’autrice.
In questo fumetto, cui ha dedicato quattro anni di lavoro, Sarritzu torna a sondare il rapporto di amore-odio per la terra in cui è “nata e diventata ragazza”, filtrandolo attraverso le gesta di un’adolescente riminese paralizzata dalla paura di affrontare il proprio futuro sentimentale e professionale.
Margherita detta Marghe, detta Stro (abbreviazione di stronza), dopo il diploma si è presa un anno sabbatico per decidere se l’università di psicologia è davvero ciò che fa per lei. Si tiene occupata lavorando come cameriera al Bar Fiore, sul lungomare adriatico, un microcosmo di “esempi guasti” frequentato in gran parte da turisti tedeschi evidentemente impermeabili allo squallore (“la mancia la danno solo loro”).
Il suo ragazzo Rodolfo, detto Rudi, lavora poco distante, in gelateria. È un ragazzo aggraziato, portato per il mestiere (“A volte vengo a spiare quanto è bravo a fare i gelati. Le sue mani sembrano esperte in tutto”) ma così timido da sembrare più giovane di lei. Hanno un rapporto simbiotico ai limiti della codipendenza: lei gli racconta tutto, senza rimorsi; lui riesce a dormire solo con lei vicina, altrimenti fa gli incubi.
Rudi è l’unico a sapere che Margherita si ferisce bucandosi la pelle con una spilla da balia. Gli altri non se ne accorgono, perché sceglie sempre dei punti nascosti del corpo dove farlo. Margherita si mostra a lui senza vergogna (“Gli piaccio anche bucherellata”) e Rudi ripaga la sua fiducia senza commentarla mai. In fin dei conti è un bravo ragazzo, ma vive con l’ansia costante di perderla ed è completamente incapace di sintonizzarsi in maniera concreta sui suoi bisogni: sa che Margherita si fa del male, ma non è in grado di capire che lo fa per allontanare sensazioni e pensieri negativi.
Questo è solo uno dei tanti livelli di complessità offerti da L’è una legera. Con la sua scrittura empatica, malinconica e realistica nel descrivere l’incapacità di capirsi della giovane protagonista, Martina Sarritzu dipinge un quadro in cui tutto sembra progressivamente convergere verso la vera fonte del malessere di Margherita, ovvero la sua famiglia disfunzionale. Padre distante e assente. Sorella maggiore dipendente dalle sostanze, costantemente sull’orlo dell’oblio. Madre esaurita e depressa. Chiusa in bagno, con il ferro appuntito in mano, Margherita sentenzia arrabbiata: “Finché siete vive e scontente, ho paura di non poter essere altro che triste come voi, con voi”.
Il suo terrore è quello di diventare “legera”, termine che in dialetto romagnolo indica una persona pigra e scansafatiche, senza prospettive. Suo nonno era così (“A volte si scordava di avere un lavoro e non ci andava proprio. Apriva le attività e le chiudeva dopo due mesi”, ricorda la zia Nadia), sua madre anche (“Ci ha provato a studiare, ma non ce l’ha avuto lo sprint di finire”). Sembra che questo difetto avveleni il sangue di tutta la famiglia, ma Margherita non può accettarlo. Da buona adolescente con gli ormoni in subbuglio e un passato da prima-della-classe, non vuole arrendersi alla mancanza di stimoli e alternative.
A complicare ulteriormente la situazione, interviene il rapporto compromesso con Jenni e Chiara, amiche e confidenti storiche, che ora non riescono ad offrirle rifugio né tantomeno consolazione. Il tempo sembra averle allontanate al punto che ogni loro conversazione si trasforma inevitabilmente in un rimprovero o in un giudizio. Quando Margherita si trova vittima di un episodio di revenge porn, è soprattutto Jenni ad utilizzare i suoi punti deboli (l’alcool e l’ascendente coi ragazzi) per ricattarla emotivamente e colpirne la reputazione.
Per tradurre visivamente questo presente soffocante e gretto, Sarritzu ha utilizzato una grafite verde pastosa e scura, che restituisce con efficacia il pantano in cui il personaggio di Margherita si trova a combattere le proprie battaglie. Tavole che sono quasi prese a schiaffi dalla vividezza con cui vengono presentati i ricordi di infanzia; flashback coloratissimi da cui emerge il passato gioioso di una famiglia unita, un matriarcato fatto di dialogo costante – 80% in dialetto – e di condivisione profonda delle esperienze quotidiane. Bei tempi che purtroppo non torneranno, verso cui Margherita prova infinita nostalgia (“Da quando non li vedo più, ho perso qualcosa di com’ero”).
L’unica persona con cui la protagonista ha un rapporto sano è la signora Iride, un tempo barista di riferimento per la movida rivierasca (“Mi facevo certi trucchi da sfinge! Andava così”) ora anziana addetta al chiosco delle piadine. Con la sua saggezza accogliente e il suo sguardo privo di giudizio, Iride è la figura materna di cui Margherita ha disperatamente bisogno per non finire alla deriva. Un oracolo solo apparentemente improbabile, che invece riesce a infonderle il coraggio e il giusto sostegno per affrontare a testa alta il temibile test di accesso all’università e un eventuale trasferimento.
In un certo senso la storia di questo riuscitissimo fumetto non poteva che concludersi all’interno di un altro bar d’Italia: Il fittizio Bar La Maga, in centro ad Urbino, dove Margherita si ferma a bere un caffè in attesa del suo turno per presentarsi in ateneo. Qui conoscerà Francesca, una coetanea e possibile nuova coinquilina, anch’ella in fuga “da un posto del cazzo” (Civitanova Marche), ansiosa come lei di intraprendere la vita da fuori sede lasciandosi tutto alle spalle.
Quello che colpisce chiunque sia venuto in contatto con uno dei lavori di Sarritzu è certamente l’altitudine della sua scrittura: mai banale, particolarmente attenta alla naturalezza dei dialoghi e al suono come elemento essenziale della narrazione. L’è una legera conferma in maniera piacevolissima il suo talento narrativo nonché il suo ruolo di aralda del disagio femminile, capace di scrivere personaggi tridimensionali e indimenticabili, con una carica emotiva e un’introspezione psicologica profondissima. È una fumettista che ha davvero qualcosa da dire e non ha intenzione di scendere a compromessi nel modo in cui la dirà. Il genere di autrice che presto all’estero ci invidieranno e conviene tenersi stretta!





