Se non dici ciò che provi, gli altri non potranno mai indovinarlo. Intervista a Lee Lai (Lucca Comics 2025)

Lee Lai non aveva mai messo piede in Italia fino allo scorso ottobre, quando ha avuto inizio il mini book tour di promozione della sua ultima fatica, Cannon, pubblicato da Coconino Press nella traduzione di Alice Amico. Dopo aver fatto tappa al festival Bande des Femmes di Roma, e prima di Bologna (Gender Bender Festival) e Milano (Libreria Lato D), l’autrice australo-canadese si è concessa qualche giorno per esperire la vertigine dell’esperienza Lucca Comics and Games. Ci incontriamo lì: al termine del suo showcase a Palazzo Ducale, facciamo due passi per le strade affollate insieme a sua sorella Cesca, infine ci rifugiamo nella quiete dell’area stampa a fare due chiacchiere. 

Cannon (che nella versione italiana mantiene lo stesso titolo dell’originale) arriva a distanza di quattro anni dal commovente e sofisticato esordio che era stato Stone Fruit (2021), opera in cui Lai aveva raccontato la crisi della storia d’amore tra due donne queer e che poi le era valsa una cosa come due Ignatz Award, il Lambda Literary Award, il Cartoonist Studio Prize, il Lynd Ward Graphic Novel Prize e, giustappunto, il Gran Guinigi

Nonostante l’etichetta di autrice “pluripremiata” la segua ormai ovunque, Lee Lai non è stata scalfita dal peso delle aspettative per il suo nuovo fumetto. “Non mi aspettavo nulla dal primo libro, perciò [il modo in cui è stato accolto] è stata una bella sorpresa” ammette, sorridendo uno di quei sorrisi che manterrà per tutta l’intervista e che le ho visto addosso per tutte le giornate di Lucca Comics. Emana un carisma che quasi mi fa arrossire.

“Non avevo mai pubblicato nulla prima. Per me era già un onore che venisse stampato. Ora, non so se la mia agente o i miei editori (sia alla Fantagraphics che a Drawn and Quarterly) abbiano aspettative su di me e il mio lavoro. Ti posso dire che entrambi sono stati così gentili da mettermi in guardia rispetto all’imprevedibilità del mercato editoriale e lo scarso attention span del pubblico. Ho fatto tesoro dei loro insegnamenti e per il mio ultimo lavoro ho semplicemente evitato di pensarci troppo.”

Mi è presto chiaro che come autrice Lai è altamente consapevole di essere attiva in un’industria che tende a semplificare le esperienze per il consumo mainstream. “Il mondo letterario segue trend e a volte, ma non sempre, questi riflettono i tempi in cui viviamo. Per esempio ora è molto più interessante essere trans, rispetto a qualche anno fa. Non era così quando avevo quindici anni!” ride. “Ma non voglio capitalizzare su questo, sarebbe strano. Sapere che [il mio essere queer, trans, mixed-race] è uno dei motivi per cui la gente presta attenzione al mio lavoro mi fa sentire grata, ma è anche… complicato.”

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Comarò vol. 4 – In conversazione con Marco Taddei e Maurizio Lacavalla

Sabato 10 maggio, per l’incontro conclusivo della rassegna Comarò, abbiamo ospitato a Casa Capra Marco Taddei e Maurizio Lacavalla, i due autori di “HPL – Una vita di Lovecraft” pubblicato da Edizioni Bd. Un fumetto che racconta una vita potenziale del celebre scrittore di Providence ed è strutturato come una sorta di monologo interiore dello stesso, in bilico tra brandelli di realtà e macabre fantasie. Un arazzo degli abissi che, come rivelerà chiaramente la chiacchierata trascritta qui di seguito, è frutto in primis della folle passione di due autentici lovecraftiani.

VALERIA: Questa è la vostra prima collaborazione. Ci raccontate come vi siete conosciuti e com’è nata questa avventura “a quattro mani”?

MARCO TADDEI: Quando e com’è nato questo amore vuoi sapere? Forse Maurizio lo ricorda meglio di me, mi sembra fosse il 2018. 

MAURIZIO LACAVALLA: Sì, era il 2018.

MTAD: Eravamo a Bari, a questo festival chiamato “BGeek”. Una cosa da smanettoni e nerd. Quello era un periodo strano, in cui le case editrici mandavano molti autori a questo genere di eventi. C’era anche Tuono Pettinato, per capire comunque il calibro delle personalità coinvolte. Maurizio era lì per promuovere il suo primo libro (“Due attese”, edito da Edizioni Bd). Tra uno stand e l’altro l’ho visto e per me è stata una fulminazione: ho sentito immediatamente una morbosa attrazione per il libro, tanto che l’ho preso subito e poi ne ho anche scritto per The Towner…

MLAC: Per il Tascabile!

MTAD: Ah, giusto. Se non ci fossi tu! (Ride) Feci una recensione del suo fumetto, tanto mi piacque. Nella mia testa quindi qualcosa stava già succedendo. Questi inchiostri oscuri, questo modo di disegnare così liquido mi ispirava tanta narrazione. Io all’epoca avevo già nel cassetto il testo per questo libro (HPL, n.d.r.), che avevo scritto attorno al 2015. Lo avevo tenuto da parte per una serie di ragioni, tra le quali il fatto che era un progetto assurdo e non aveva ancora trovato la sua dimensione. Vedendo il lavoro di Maurizio m’è tornato subito in mente quello che avevo scritto.

MLAC: Qualche mese dopo, a Lucca Comics, mi vede e mi fa la fatidica domanda: “Tu hai mai letto Lovecraft?” Io gli rispondo di no, perché all’epoca la mia conoscenza di Lovecraft si limitava a quelle due-tre storie che avevo letto da ragazzino, tra i 14 e i 15 anni. Gli rispondo così e il giorno dopo lui mi manda una mail con la sceneggiatura che aveva scritto; la prima delle innumerevoli stesure venute dopo. Ci tengo a dire che le parti che mi avevano colpito di più della sceneggiatura che aveva scritto Marco erano quelle che non ricordavo ci fossero nella letteratura e nell’immaginario di Lovecraft. Erano delle parti che derivavano e si potevano muovere all’interno dei mondi di Howard (Lovecraft, n.d.r) ma ne risultavano indipendenti. Difatti, salvo eccezioni clamorose come il lavoro di Alberto Breccia, non mi sono mai sentito veramente attirato dal modo in cui Lovecraft era stato rappresentato nel tempo. Non sentivo “mio” quell’immaginario costellato di mostri e tentacoli. Ho detto subito a Marco: se vuoi l’orrore te lo metto, ma i mostri no. Cthulhu,  creatura abissale ormai ridotta a meme e Funko Pop, l’ho disegnato per questo solo una volta nel libro.

MTAD: Non cercavo altro. Una presa di posizione del genere per me era miele.

MLAC: L’orrore l’abbiamo inserito nelle pieghe della vita di Lovecraft. Le parti più spaventose secondo me sono quelle ambientate nella casa dove viveva con le zie e i nonni. È stato un lavoro costante di riscrittura reciproca.

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Laudano e vecchi merletti: Vision e l’horror secondo Julia Gfrörer

Una volta qualcuno ha detto: “Indie horror comics are the scariest thing!” riferendosi al fatto che a) i fumetti possono spingere la narrazione dell’orrore verso vette precluse agli altri media, facendoci accapponare la pelle e provocandoci alti livelli di ansia e raccapriccio tramite disegni da cui non possiamo sottrarci e b) i fumetti indipendenti risultano spesso più audaci e perturbanti rispetto, ad esempio, al molle cinema di genere mainstream (senza offesa).

Quel qualcuno era Ezra C. Daniels, scrittore e illustratore americano, autore di Upgrade Soul e BTTM FDRS. Stava scherzando, ma non aveva tutti i torti. Julia Gfrörer, che era presente mentre lo diceva, intanto rideva sotto i baffi. Il suo ultimo libro Vision è un horror nato per l’appunto come autoproduzione a puntate (poi raccolto in volume unico da Fantagraphics) che racconta in maniera magistrale i silenziosi orrori della mente umana. Una storia dove amore e dolore si intrecciano al punto che è difficile distinguerli. Ricco di suspance, eros e sovrannaturale, io l’ho letto poco dopo la sua uscita americana, nel 2020, ma ogni anno ad ottobre mi sento di consigliarla ai palati raffinati che cercano nuove letture per Halloween.

Siamo a New York, diciannovesimo secolo. La protagonista è Eleanor che dopo la morte del fidanzato si ritrova a vivere nella vecchia magione di famiglia assieme al fratello e alla moglie malata e nevrotica. Accudisce a malincuore l’esigente cognata e gli unici momenti che dedica a sé sono quelli in cui si reca dal medico per correggere i problemi alla vista, da tempo offuscata. Frustrata e infelice, Eleanor cerca nel segreto della sua camera una fuga dalla sua miseria, prima tagliandosi le braccia e poi instaurando una relazione incorporea, voyeuristica e masturbatoria con uno specchio che immagina parlarle con la voce di un amante fantasma. Poco per volta piccoli misteri e squilibri iniziano a sommarsi, fino a fornire un ritratto sempre più cupo di un’anima tormentata.

Gfrörer, che viene considerata a giusto titolo una delle fumettiste più promettenti della sua generazione, conosce molto bene la materia del gotico e sa di poterlo utilizzare come strumento di critica sociale. Mettendo in contrapposizione la vita di Eleanor così com’è e così come lei la immagina/vorrebbe riesce a raccontare il crollo mentale di una donna causato dal malsano immobilismo familiare e dalle soffocanti restrizioni che la società vittoriana imponeva alle donne.

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When I Arrived at the Castle. L’erotismo splatter di Emily Carroll

Emily Carroll è considerata una voce di spicco (per molti, la regina) dell’horror a fumetti da quando il suo webcomic His Face All Red è diventato virale durante il giorno di Halloween del 2010. I suoi racconti sono letture scioccanti che il suo talento di disegnatrice rende però incredibilmente eleganti e piacevoli da guardare. Anno dopo anno, non hanno mai tradito le aspettative del suo pubblico appassionato di narrativa gotica, folklore europeo e sovrannaturale.

Personalmente non mi sono mai considerata fan di questo genere di fumetti, ma ho subito in pieno il fascino del lavoro di Carroll, complice soprattutto la lettura del suo ultimo libro. Uscito per Koyama Press nella primavera del 2019, When I Arrived at the Castle riprende gli stilemi tipici delle storie di vampiri e li attualizza in un elaborato thriller gotico-erotico che preme forte sull’acceleratore del surreale. Il racconto/novella (dura meno di 80 pagine) mette in luce tutte le sue abilità di narratrice e disegnatrice di macabri mondi e conflitti interiori.

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Boundless. Il talento senza limiti di Jillian Tamaki

Non si sa bene come, ma una delle poche testate cartacee che quest’estate si è occupata dell’uscita italiana di Boundless, la prima raccolta di storie brevi a fumetti di Jillian Tamaki, è stata Cronaca Vera. Sì, proprio il settimanale di costume e cronaca nera diventato un culto tra gli amanti del trash editoriale italiano. Francamente non pensavo nemmeno dedicasse spazio ai libri, nel delirio delle sue rubriche.

Per il resto, l’esistenza di Senza limiti (questo il titolo scelto dalla casa editrice Coconino Press per il volume, inserito nella collana Warp) è passata un po’ in sordina. Il che è, come dire, un peccato. Il nome dell’autrice canadese non è nuovo al pubblico italiano, che porta ancora addosso come postumi di una sbornia amorosa i ricordi delle letture di Skim e E la chiamano estate, i sofisticati coming-of-age che aveva realizzato a quattro mani con sua cugina, la scrittrice Mariko Tamaki.

Forse giugno non era il giusto in cui farlo uscire, chissà. O forse il formato scelto per quest’edizione non è piaciuto (un po’ più grande dell’originale, che certe storie paiono galleggiare nella pagina). In ogni caso meglio fare un po’ da megafono perché questa è la prima prova di Tamaki come autrice unica che ci passa per mano. Boundless è un fumetto personale, imprevedibile e stupefacente che riesce a gettare un ponte tra mainstream e sperimentazione in modo estremamente naturale.

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